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A review by momotan
L'isola di Arturo by Elsa Morante
4.0
A volte di un libro si ignora l’esistenza per anni, poi tutto a un tratto troviamo richiami e consigli riguardanti il libro in questione praticamente ovunque, e tutti più o meno nello stesso periodo.
A me è successo proprio così con L’isola di Arturo, in brevissimo tempo ho cominciato a leggerne commenti in rete e a ritrovarmelo consigliato da un amico. Troppe coincidenze, e si sa che in questo campo sono sprovvisto di forza di volontà, così un paio di mesi fa l’ho trovato in offerta alla Ubik e me lo sono preso.
Che dire?
Come ho avuto a commentare già altre volte, speravo meglio ma temevo peggio.
Non mi ha entusiasmato quanto avrei sperato visto come ne avevo letto parlare bene, ma non mi ha annoiato né mi sono ritrovato a pensare ma che schifezza di libro.
L’intero libro è composto dai ricordi d’infanzia di Arturo Gerace, che racconta il mondo in cui era cresciuto. Un mondo strano, lontanissimo dalla realtà, su un’isola di Procida degli anni ’30.
Un mondo strano e lontanissimo dalla realtà non tanto per la distanza temporale, che pure fa apparire il tutto stranissimo quando vengono descritti i comportamenti delle donne, quanto per il fatto che Arturo cresce da solo. Il padre, un tedesco che si era ritrovato erede di un palazzino e di diversi poderi dai quali riscuoteva denaro e cibarie, era sempre in viaggio per scopi misteriosi e si interessava pochissimo del figlio, cresciuto per un poco dal servitore Silvestro e in seguito lasciato allo stato brado.
Niente scuola, vestiti logori e vecchi, cibo freddo preparato da un contadino che lavorava le terre del padre.
Niente famiglia, visto che la madre era morta di parto, la famiglia di lei era di Massa e si era disinteressata di lui, la famiglia paterna era in Germania.
Niente amici, visto che il carattere di Arturo era modellato su quello del padre: scostante, con arie di superiorità, arrogante.
Arturo è intelligente, ha studiato sui libri presenti in casa. Conosce i classici, la geografia, la storia antica. Scrive poesie e sogna di partire a fare viaggi avventurosi in giro per il mondo, in compagnia del suo divino ed eroico padre, che lui venera e per il quale stravede.
Ma Arturo emotivamente è un infante, e si ritroverà a dover fare i conti con le emozioni derivanti dall’interagire con altre persone quando, a quattordici anni, si ritrova con il padre che gli porta in casa la sua sposa. Nunziatella, napoletana sedicenne religiosissima (mentre loro due sono atei), pacata, bonaria, gentile.
E il bambino che vive nel corpo robusto di Arturo si scoprirà preda di un demone fino ad allora sconosciuto, la gelosia. Una gelosia che lo renderà sempre più intrattabile e meschino, e che solo a tratti sembrerà quasi allontanarsi da lui. Una gelosia che però, abbastanza prevedibilmente, cela ben altro sotto le sue ceneri fumanti.
Da un certo punto in poi diventa abbastanza prevedibile, con la rapida maturazione (fino a un certo punto) di Arturo, il suo confrontarsi con il padre scoprendolo umano, il suo rapporto con la matrigna, la nascita di Carmine Arturo, la comparsa di Assunta.
Meno tragico di come l’avrebbe fatto uno Shakespeare, ma comunque intriso di abbastanza tragicità da rendere curiosi di arrivare in fondo per vedere come termineranno i rapporti con i genitori.
Una bella lettura.
A me è successo proprio così con L’isola di Arturo, in brevissimo tempo ho cominciato a leggerne commenti in rete e a ritrovarmelo consigliato da un amico. Troppe coincidenze, e si sa che in questo campo sono sprovvisto di forza di volontà, così un paio di mesi fa l’ho trovato in offerta alla Ubik e me lo sono preso.
Che dire?
Come ho avuto a commentare già altre volte, speravo meglio ma temevo peggio.
Non mi ha entusiasmato quanto avrei sperato visto come ne avevo letto parlare bene, ma non mi ha annoiato né mi sono ritrovato a pensare ma che schifezza di libro.
L’intero libro è composto dai ricordi d’infanzia di Arturo Gerace, che racconta il mondo in cui era cresciuto. Un mondo strano, lontanissimo dalla realtà, su un’isola di Procida degli anni ’30.
Un mondo strano e lontanissimo dalla realtà non tanto per la distanza temporale, che pure fa apparire il tutto stranissimo quando vengono descritti i comportamenti delle donne, quanto per il fatto che Arturo cresce da solo. Il padre, un tedesco che si era ritrovato erede di un palazzino e di diversi poderi dai quali riscuoteva denaro e cibarie, era sempre in viaggio per scopi misteriosi e si interessava pochissimo del figlio, cresciuto per un poco dal servitore Silvestro e in seguito lasciato allo stato brado.
Niente scuola, vestiti logori e vecchi, cibo freddo preparato da un contadino che lavorava le terre del padre.
Niente famiglia, visto che la madre era morta di parto, la famiglia di lei era di Massa e si era disinteressata di lui, la famiglia paterna era in Germania.
Niente amici, visto che il carattere di Arturo era modellato su quello del padre: scostante, con arie di superiorità, arrogante.
Arturo è intelligente, ha studiato sui libri presenti in casa. Conosce i classici, la geografia, la storia antica. Scrive poesie e sogna di partire a fare viaggi avventurosi in giro per il mondo, in compagnia del suo divino ed eroico padre, che lui venera e per il quale stravede.
Ma Arturo emotivamente è un infante, e si ritroverà a dover fare i conti con le emozioni derivanti dall’interagire con altre persone quando, a quattordici anni, si ritrova con il padre che gli porta in casa la sua sposa. Nunziatella, napoletana sedicenne religiosissima (mentre loro due sono atei), pacata, bonaria, gentile.
E il bambino che vive nel corpo robusto di Arturo si scoprirà preda di un demone fino ad allora sconosciuto, la gelosia. Una gelosia che lo renderà sempre più intrattabile e meschino, e che solo a tratti sembrerà quasi allontanarsi da lui. Una gelosia che però, abbastanza prevedibilmente, cela ben altro sotto le sue ceneri fumanti.
Da un certo punto in poi diventa abbastanza prevedibile, con la rapida maturazione (fino a un certo punto) di Arturo, il suo confrontarsi con il padre scoprendolo umano, il suo rapporto con la matrigna, la nascita di Carmine Arturo, la comparsa di Assunta.
Meno tragico di come l’avrebbe fatto uno Shakespeare, ma comunque intriso di abbastanza tragicità da rendere curiosi di arrivare in fondo per vedere come termineranno i rapporti con i genitori.
Una bella lettura.