lettore_sopravvalutato 's review for:

Furore by John Steinbeck
5.0

Un posto in cui stare

"E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa. Vorrei essere sempre sbronzo. Chi lo dice che è male? I predicatori - ma quelli si sbronzano alla loro maniera. Le zitelle acide - ma quelle sono troppo infelici per capire. I moralisti - ma quelli la vita la vedono troppo da lontano per capire."

"Ma questa terra è nostra. L'abbiamo misurata e l'abbiamo dissodata. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo morti. Anche se non serve più a niente, è ancora nostra. Ecco cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci. È questo a darcene il possesso, non un pezzo di carta con sopra dei numeri."

"Non era una preghiera da predicatore."
"Era una buona preghiera. Voglio che ne dice una pure per me."
"Non so che dire."
"Basta che la dice in silenzio. Non serve che ci mette le parole. Va bene uguale."
"Io non ho un Dio," disse il predicatore Casy.
"Un Dio ce l'ha. Non importa se non sa com'è fatto."


Scriveva Daniele Luttazzi, in risposta al giornalista Andrea Scanzi, che “la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Satira e propaganda partitica sono inconciliabili”.
Questo breve estratto mi è utile per arricchire l’ottima introduzione di Luigi Sampietro, la cui presentazione inquadra Steinbeck come autore fondamentalmente populista e apolitico.
Non sono d’accordo sul fatto che Steinbeck sia un autore apolitico, perché la dimensione stessa del populismo dei suoi scritti - anche Uomini e topi è pervaso da questa narrazione, dal basso, della bassa manovalanza - porta l’autore a focalizzare l’attenzione sull’ingiustizia capillare che il sistema capitalistico perpetra, ogni giorno, in (quasi) tutti gli strati sociali.
L’opera, all’indomani della sua uscita, fu accostata a fantomatiche esaltazioni della comunità ebraica; e al contempo, dall’altra parte, fioccavano frecciatine su una possibile visione comunista, facilmente deducibile dall’odissea della famiglia Joad.
Eseguito un parallelismo personale tra satira e opera scritta in relazione a una ipotetica impronta politica, sento di assecondare l'asserzione di Luttazzi: un romanzo che si prefigge l’obiettivo di segnalare un problema o, semplicemente, testimoniare il tempo in cui viene scritto, può tranquillamente essere caratterizzato da una visione della società che valorizzi o tuteli una parte della stessa - quindi, in fin dei conti, trattasi di una visione politica perché volta a contestualizzare i bisogni e la volontà di qualcuno.
La strumentalizzazione per fini politici, come successe a suo tempo con Furore, svilisce la testimonianza e riduce l’opera a semplice appendice del potere.
Politica e propaganda partitica non sono la stessa cosa, ed è proprio su questa sottile differenza che libri come Furore, al netto di chiacchiericci sguaiati e tentativi goffi di ridimensionamento dei temi, approdano alla cerchia ristretta dei capolavori universali.
I contenuti dell’opera sono moderni perché sarà sempre eterna la necessità di tutelare e vegliare sulle persone che subiscono - senza possibilità di resistenza - la forza inesorabile del progresso e la prevaricazione del potere; un compito arduo che la stessa società, ricattata da forze economiche sfuggenti e governi costellati da politici ignoranti (quando va bene), non riesce a garantire.
In questa chiara e limpida necessità Furore nasce, si ritaglia una sua autonomia nell’incedere del tempo e cessa di morire.
Il titolo italiano semplifica l’originale Grapes of wrath, invero più calzante nel descrivere quel processo logorante che muove interi collettivi a nutrire tiepidi moti di speranza per costruirsi un futuro dignitoso e lasciare ai figli un motivo per essere al mondo.
Su questa citazione biblica, riferimenti di cui Furore è pregno da cima a fondo, l’opera costruisce la propria intelaiatura, nel cui centro spiccano tutte le sfumature acquisibili dal concetto di peccato.
Il peccato, nell’accezione più comune del termine, è qualcosa che travalica i dogmi imposti dalla religione, la cui autorità serpeggia con forza laddove istruzione e stimoli ulteriori latitano.
Il peccato può essere tanto ricondotto all’egoismo che porta l’individuo a preservare la propria famiglia quanto alla vergogna di non poter vedere nei propri occhi i figli quando giunge la sera; il peccato è pagare una colpa insanabile con l’espiazione della stessa tramite il sacrificio per chi può ancora salvarsi; il peccato è rendersi consapevoli di essere in una posizione agiata, e da quello scranno dorato cessare di ostentare la propria opulenza; forse il peccato è anche la possibilità ultima che viene abbracciata da una miriade di persone quando non hanno più nulla da perdere.
Furore è un canto ai vinti, la cui unica colpa è stata quella di sognare una vita da vivere.