Un posto in cui stare

"E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa. Vorrei essere sempre sbronzo. Chi lo dice che è male? I predicatori - ma quelli si sbronzano alla loro maniera. Le zitelle acide - ma quelle sono troppo infelici per capire. I moralisti - ma quelli la vita la vedono troppo da lontano per capire."

"Ma questa terra è nostra. L'abbiamo misurata e l'abbiamo dissodata. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo morti. Anche se non serve più a niente, è ancora nostra. Ecco cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci. È questo a darcene il possesso, non un pezzo di carta con sopra dei numeri."

"Non era una preghiera da predicatore."
"Era una buona preghiera. Voglio che ne dice una pure per me."
"Non so che dire."
"Basta che la dice in silenzio. Non serve che ci mette le parole. Va bene uguale."
"Io non ho un Dio," disse il predicatore Casy.
"Un Dio ce l'ha. Non importa se non sa com'è fatto."


Scriveva Daniele Luttazzi, in risposta al giornalista Andrea Scanzi, che “la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Satira e propaganda partitica sono inconciliabili”.
Questo breve estratto mi è utile per arricchire l’ottima introduzione di Luigi Sampietro, la cui presentazione inquadra Steinbeck come autore fondamentalmente populista e apolitico.
Non sono d’accordo sul fatto che Steinbeck sia un autore apolitico, perché la dimensione stessa del populismo dei suoi scritti - anche Uomini e topi è pervaso da questa narrazione, dal basso, della bassa manovalanza - porta l’autore a focalizzare l’attenzione sull’ingiustizia capillare che il sistema capitalistico perpetra, ogni giorno, in (quasi) tutti gli strati sociali.
L’opera, all’indomani della sua uscita, fu accostata a fantomatiche esaltazioni della comunità ebraica; e al contempo, dall’altra parte, fioccavano frecciatine su una possibile visione comunista, facilmente deducibile dall’odissea della famiglia Joad.
Eseguito un parallelismo personale tra satira e opera scritta in relazione a una ipotetica impronta politica, sento di assecondare l'asserzione di Luttazzi: un romanzo che si prefigge l’obiettivo di segnalare un problema o, semplicemente, testimoniare il tempo in cui viene scritto, può tranquillamente essere caratterizzato da una visione della società che valorizzi o tuteli una parte della stessa - quindi, in fin dei conti, trattasi di una visione politica perché volta a contestualizzare i bisogni e la volontà di qualcuno.
La strumentalizzazione per fini politici, come successe a suo tempo con Furore, svilisce la testimonianza e riduce l’opera a semplice appendice del potere.
Politica e propaganda partitica non sono la stessa cosa, ed è proprio su questa sottile differenza che libri come Furore, al netto di chiacchiericci sguaiati e tentativi goffi di ridimensionamento dei temi, approdano alla cerchia ristretta dei capolavori universali.
I contenuti dell’opera sono moderni perché sarà sempre eterna la necessità di tutelare e vegliare sulle persone che subiscono - senza possibilità di resistenza - la forza inesorabile del progresso e la prevaricazione del potere; un compito arduo che la stessa società, ricattata da forze economiche sfuggenti e governi costellati da politici ignoranti (quando va bene), non riesce a garantire.
In questa chiara e limpida necessità Furore nasce, si ritaglia una sua autonomia nell’incedere del tempo e cessa di morire.
Il titolo italiano semplifica l’originale Grapes of wrath, invero più calzante nel descrivere quel processo logorante che muove interi collettivi a nutrire tiepidi moti di speranza per costruirsi un futuro dignitoso e lasciare ai figli un motivo per essere al mondo.
Su questa citazione biblica, riferimenti di cui Furore è pregno da cima a fondo, l’opera costruisce la propria intelaiatura, nel cui centro spiccano tutte le sfumature acquisibili dal concetto di peccato.
Il peccato, nell’accezione più comune del termine, è qualcosa che travalica i dogmi imposti dalla religione, la cui autorità serpeggia con forza laddove istruzione e stimoli ulteriori latitano.
Il peccato può essere tanto ricondotto all’egoismo che porta l’individuo a preservare la propria famiglia quanto alla vergogna di non poter vedere nei propri occhi i figli quando giunge la sera; il peccato è pagare una colpa insanabile con l’espiazione della stessa tramite il sacrificio per chi può ancora salvarsi; il peccato è rendersi consapevoli di essere in una posizione agiata, e da quello scranno dorato cessare di ostentare la propria opulenza; forse il peccato è anche la possibilità ultima che viene abbracciata da una miriade di persone quando non hanno più nulla da perdere.
Furore è un canto ai vinti, la cui unica colpa è stata quella di sognare una vita da vivere.

I'm rounding because I'm currently feeling favorable. This is most definitely a 3.5. Better than the majority of novels we're assigned to read, and exceptionally well-written (particularly the intercalary chapters), but far too slow and preachy for my tastes.
challenging dark hopeful informative reflective sad tense fast-paced

I was all set to give this a solid 4 stars, despite the detached preachy journalistic tone that made me drag my way through it, when the creep-tastic ending happened. And now I just don't know what to think. Weirdness.

What an incredible novel. If you haven't read it yet, you simply must. A stark picture of the contrast between the best and worst of humanity, this is a sweeping epic set during the Dust Bowl era, mainly focusing on the plight of one extended family, the Joads, as well as the friends they make along the way. If I had to pick one theme from this book, I couldn't. I could perhaps pick two: unregulated capitalism can get very ugly, and we're all in this together. Well, most of us.

One of the greatest journeys of all time. At no time of time does this book seem rewarding, but you can't help but go on. You feel and cry with the Joads; you share their sparse meals; you feel the huger, and since you are not really a part of their journey, you don't feel fear; you feel anger and resentment. Steinbeck wrote that he wanted to rip the reader nerves to rags and he succeeds. He has not one big success but many spread throughout the book in little moments that burst in the reader and make them physically feel the story.
Not only does one cry at moments of despair in the book, there are also moments of sheer unalloyed beauty that bring you to tears.

All of this unorganised, I don't know. I don't have the exact words. I can't right now. There is just too much in this book to sit and write a review right after one reads it. One needs time to feel it first, one needs to let it haunt them first. Then maybe if it is done, I can write a review.
I'll leave you with one of greatest lines in the book, which incidentally also encapsulates the feeling of finishing it:
'I'm jus' pain covered in skin.'

It still surprises me and pisses me off every time. This is a wonderful, sprawling story that manages to talk at once about specific characters and, you know, all of humanity.

The story tellers, gathering attention into their tales, spoke in great rhythms, spoke in great words because the tales were great, and the listeners became great through them.
Know what the preacher says? He says, ‘They’s wicketness in that camp.’ He says, ‘The poor is tryin’ to be rich.’

The Grapes of Wrath is a truly great book. It does several things at once and it does them all well: history lesson, expose' of social ills, a darn good story filled with larger-than-life characters. And it's all crafted with Steinbeck's masterful ear for language, plain and earnest and true to life.

5 stars. In a rousing good read, Steinbeck captures the heroism inherent in everyday life as people rise to meet challenge after challenge with determination, grit, and no-nonsense practicality. In many ways it's perhaps the most "practical" novel I've come across, and it's wonderful for so many reasons. Steinbeck tackles big human conflicts like generosity and its ugly opposite, greed, and he does not shy from showing things as they really are and challenging us to think about the way we want them to be.

96/104 - 1939 - The Grapes of Wrath by John Steinbeck

I feel that sometimes I overuse the word “important” in book reviews, but in this case, it is not an overstatement to say this is a “capital I” Important book. It says so much about America that a book written about Dust Bowl migrants not only still feels relevant today, but is possibly even more important (see, I’m using that word again) now than ever. With our climate changing and the way we continue to destroy the land, are we about to repeat history? Are we already? Is the way people blame immigrants today any different than the way they blamed “oakies” 90 some years ago? Have we ever stopped? Have we learned anything from the Dust Bowl and migration?

What John Steinbeck does in this book is remarkable. It is bleak yet, once you get into it, hard to put down. I keep rereading the first chapter because it is so well done. So much of this book is unforgettable, but the end especially hits hard. I stayed up way too late last night finishing it. Absolutely incredible book, and I’m so glad I finally stopped dragging my feet and picked it up.

I've read several other Steinbeck's and finally got around to reading this famous novel. Steinbeck does a great job of portraying the time period of the great depression, and I really enjoyed how he alternated between telling the story of the Joad's with a more general discussion of the great migration. However, I only rated it three stars because I was very unsatisfied with the ending. I understand the ending was supposed to portray that the Joad's continually gave what other's needed, but I felt the reader deserved a more final verdict as to what happened to them.