Take a photo of a barcode or cover
I had to pause for over a month in the middle of this novel because my own life had enough sadness that I couldn’t take on the Joads. No one needs my review of The Grapes of Wrath, but God, this is a great book. It’s so terribly long and I wanted more after the last page. It’s a great tool to learn about our own history, but it breaks your heart over and over again. Steinbeck is a genius who really loved the American people and the land; there’s no other way he could have written such a sincere, wrenching novel. Move this off of your “someday” list- it’s a more than worthwhile read.
I’ve moved from conservative capitalist when I was young, through liberal capitalist just after college, to liberal centralized socialist, and have now stopped at the libertarian socialist mile marker. I’m finding that anarchy is a pretty good philosophy, especially when it includes the social justice seeds that I bring with me from my socialist background. I was introduced to anarchist philosophy by my friends Devin and Val. I was intrigued but never ventured too far down that pathway of investigation.
However, I’m almost finished reading The Grape of Wrath, by John Steinbeck. It was only a book I’d always heard about (”hey, I saw the movie, it was good”) or referenced in the Rage Against the Machine cover song: The Ghost of Tom Joad. Having finally read it, I’ve moved it from unknown to one of the top three books I’ve read in my 37 years of life. I’m amazed at how something penned in the 1930s could still resonate so strongly in 2004. Change the names and places, or don’t, and it reads like contemporary America. It says in fiction what my anthropology course on Urban Poverty said through ethnographies and policy studies.
If you take every other chapter of this novel, it is a scathing inditement of big capitalism gone wrong. The story of the Joad family’s trek from Oklahoma to California adds the depth and human feeling that the other chapters talk about in a more generalized tone.
What has this got to do with my political transformation? Well, the government camps in the book appear to be a realization of a libertarian socialist point of view. Self-governed, self-policed, community-based living. Structures and organization pop up when needed and disappear when no longer of use. While this book certainly is fiction, the depth of community is drawn not from Steinbeck’s mind but from the American experience, especially during the Depression. For a well-written piece on poverty in America and the strength of these so-called homeless people, see the book by Kenneth L. Kusmer (2002) called Down & out, [b:on the Road|6288|The Road|Cormac McCarthy|http://ecx.images-amazon.com/images/I/21E8H3D1JSL._SL75_.jpg|3355573]: The Homeless in American History.
Another book in my personal canon
However, I’m almost finished reading The Grape of Wrath, by John Steinbeck. It was only a book I’d always heard about (”hey, I saw the movie, it was good”) or referenced in the Rage Against the Machine cover song: The Ghost of Tom Joad. Having finally read it, I’ve moved it from unknown to one of the top three books I’ve read in my 37 years of life. I’m amazed at how something penned in the 1930s could still resonate so strongly in 2004. Change the names and places, or don’t, and it reads like contemporary America. It says in fiction what my anthropology course on Urban Poverty said through ethnographies and policy studies.
If you take every other chapter of this novel, it is a scathing inditement of big capitalism gone wrong. The story of the Joad family’s trek from Oklahoma to California adds the depth and human feeling that the other chapters talk about in a more generalized tone.
What has this got to do with my political transformation? Well, the government camps in the book appear to be a realization of a libertarian socialist point of view. Self-governed, self-policed, community-based living. Structures and organization pop up when needed and disappear when no longer of use. While this book certainly is fiction, the depth of community is drawn not from Steinbeck’s mind but from the American experience, especially during the Depression. For a well-written piece on poverty in America and the strength of these so-called homeless people, see the book by Kenneth L. Kusmer (2002) called Down & out, [b:on the Road|6288|The Road|Cormac McCarthy|http://ecx.images-amazon.com/images/I/21E8H3D1JSL._SL75_.jpg|3355573]: The Homeless in American History.
Another book in my personal canon
I begrudgingly liked this one. I hate classics but I figure as I clean hotel rooms I might as well listen to audio books and get edujumatatededed.
I understood it on some level. Being a farmer, growing in poverty, looking for better, trying to keep a family together, police brutality. It was weirdly on the nose. Which is unfortunate.
I understood it on some level. Being a farmer, growing in poverty, looking for better, trying to keep a family together, police brutality. It was weirdly on the nose. Which is unfortunate.
Un posto in cui stare
"E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa. Vorrei essere sempre sbronzo. Chi lo dice che è male? I predicatori - ma quelli si sbronzano alla loro maniera. Le zitelle acide - ma quelle sono troppo infelici per capire. I moralisti - ma quelli la vita la vedono troppo da lontano per capire."
"Ma questa terra è nostra. L'abbiamo misurata e l'abbiamo dissodata. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo morti. Anche se non serve più a niente, è ancora nostra. Ecco cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci. È questo a darcene il possesso, non un pezzo di carta con sopra dei numeri."
"Non era una preghiera da predicatore."
"Era una buona preghiera. Voglio che ne dice una pure per me."
"Non so che dire."
"Basta che la dice in silenzio. Non serve che ci mette le parole. Va bene uguale."
"Io non ho un Dio," disse il predicatore Casy.
"Un Dio ce l'ha. Non importa se non sa com'è fatto."
Scriveva Daniele Luttazzi, in risposta al giornalista Andrea Scanzi, che “la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Satira e propaganda partitica sono inconciliabili”.
Questo breve estratto mi è utile per arricchire l’ottima introduzione di Luigi Sampietro, la cui presentazione inquadra Steinbeck come autore fondamentalmente populista e apolitico.
Non sono d’accordo sul fatto che Steinbeck sia un autore apolitico, perché la dimensione stessa del populismo dei suoi scritti - anche Uomini e topi è pervaso da questa narrazione, dal basso, della bassa manovalanza - porta l’autore a focalizzare l’attenzione sull’ingiustizia capillare che il sistema capitalistico perpetra, ogni giorno, in (quasi) tutti gli strati sociali.
L’opera, all’indomani della sua uscita, fu accostata a fantomatiche esaltazioni della comunità ebraica; e al contempo, dall’altra parte, fioccavano frecciatine su una possibile visione comunista, facilmente deducibile dall’odissea della famiglia Joad.
Eseguito un parallelismo personale tra satira e opera scritta in relazione a una ipotetica impronta politica, sento di assecondare l'asserzione di Luttazzi: un romanzo che si prefigge l’obiettivo di segnalare un problema o, semplicemente, testimoniare il tempo in cui viene scritto, può tranquillamente essere caratterizzato da una visione della società che valorizzi o tuteli una parte della stessa - quindi, in fin dei conti, trattasi di una visione politica perché volta a contestualizzare i bisogni e la volontà di qualcuno.
La strumentalizzazione per fini politici, come successe a suo tempo con Furore, svilisce la testimonianza e riduce l’opera a semplice appendice del potere.
Politica e propaganda partitica non sono la stessa cosa, ed è proprio su questa sottile differenza che libri come Furore, al netto di chiacchiericci sguaiati e tentativi goffi di ridimensionamento dei temi, approdano alla cerchia ristretta dei capolavori universali.
I contenuti dell’opera sono moderni perché sarà sempre eterna la necessità di tutelare e vegliare sulle persone che subiscono - senza possibilità di resistenza - la forza inesorabile del progresso e la prevaricazione del potere; un compito arduo che la stessa società, ricattata da forze economiche sfuggenti e governi costellati da politici ignoranti (quando va bene), non riesce a garantire.
In questa chiara e limpida necessità Furore nasce, si ritaglia una sua autonomia nell’incedere del tempo e cessa di morire.
Il titolo italiano semplifica l’originale Grapes of wrath, invero più calzante nel descrivere quel processo logorante che muove interi collettivi a nutrire tiepidi moti di speranza per costruirsi un futuro dignitoso e lasciare ai figli un motivo per essere al mondo.
Su questa citazione biblica, riferimenti di cui Furore è pregno da cima a fondo, l’opera costruisce la propria intelaiatura, nel cui centro spiccano tutte le sfumature acquisibili dal concetto di peccato.
Il peccato, nell’accezione più comune del termine, è qualcosa che travalica i dogmi imposti dalla religione, la cui autorità serpeggia con forza laddove istruzione e stimoli ulteriori latitano.
Il peccato può essere tanto ricondotto all’egoismo che porta l’individuo a preservare la propria famiglia quanto alla vergogna di non poter vedere nei propri occhi i figli quando giunge la sera; il peccato è pagare una colpa insanabile con l’espiazione della stessa tramite il sacrificio per chi può ancora salvarsi; il peccato è rendersi consapevoli di essere in una posizione agiata, e da quello scranno dorato cessare di ostentare la propria opulenza; forse il peccato è anche la possibilità ultima che viene abbracciata da una miriade di persone quando non hanno più nulla da perdere.
Furore è un canto ai vinti, la cui unica colpa è stata quella di sognare una vita da vivere.
"E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa. Vorrei essere sempre sbronzo. Chi lo dice che è male? I predicatori - ma quelli si sbronzano alla loro maniera. Le zitelle acide - ma quelle sono troppo infelici per capire. I moralisti - ma quelli la vita la vedono troppo da lontano per capire."
"Ma questa terra è nostra. L'abbiamo misurata e l'abbiamo dissodata. Su questa terra siamo nati, su questa terra ci siamo fatti uccidere, su questa terra siamo morti. Anche se non serve più a niente, è ancora nostra. Ecco cosa la rende nostra: esserci nati, lavorarci, morirci. È questo a darcene il possesso, non un pezzo di carta con sopra dei numeri."
"Non era una preghiera da predicatore."
"Era una buona preghiera. Voglio che ne dice una pure per me."
"Non so che dire."
"Basta che la dice in silenzio. Non serve che ci mette le parole. Va bene uguale."
"Io non ho un Dio," disse il predicatore Casy.
"Un Dio ce l'ha. Non importa se non sa com'è fatto."
Scriveva Daniele Luttazzi, in risposta al giornalista Andrea Scanzi, che “la satira è arte, e lascia l’uditorio libero di decidere sul da farsi, mentre la propaganda partitica è marketing del potere, e ti dice per chi votare. Se fondi un partito, sei encomiabile: ma da quel momento non riuscirai più a fare satira. Satira e propaganda partitica sono inconciliabili”.
Questo breve estratto mi è utile per arricchire l’ottima introduzione di Luigi Sampietro, la cui presentazione inquadra Steinbeck come autore fondamentalmente populista e apolitico.
Non sono d’accordo sul fatto che Steinbeck sia un autore apolitico, perché la dimensione stessa del populismo dei suoi scritti - anche Uomini e topi è pervaso da questa narrazione, dal basso, della bassa manovalanza - porta l’autore a focalizzare l’attenzione sull’ingiustizia capillare che il sistema capitalistico perpetra, ogni giorno, in (quasi) tutti gli strati sociali.
L’opera, all’indomani della sua uscita, fu accostata a fantomatiche esaltazioni della comunità ebraica; e al contempo, dall’altra parte, fioccavano frecciatine su una possibile visione comunista, facilmente deducibile dall’odissea della famiglia Joad.
Eseguito un parallelismo personale tra satira e opera scritta in relazione a una ipotetica impronta politica, sento di assecondare l'asserzione di Luttazzi: un romanzo che si prefigge l’obiettivo di segnalare un problema o, semplicemente, testimoniare il tempo in cui viene scritto, può tranquillamente essere caratterizzato da una visione della società che valorizzi o tuteli una parte della stessa - quindi, in fin dei conti, trattasi di una visione politica perché volta a contestualizzare i bisogni e la volontà di qualcuno.
La strumentalizzazione per fini politici, come successe a suo tempo con Furore, svilisce la testimonianza e riduce l’opera a semplice appendice del potere.
Politica e propaganda partitica non sono la stessa cosa, ed è proprio su questa sottile differenza che libri come Furore, al netto di chiacchiericci sguaiati e tentativi goffi di ridimensionamento dei temi, approdano alla cerchia ristretta dei capolavori universali.
I contenuti dell’opera sono moderni perché sarà sempre eterna la necessità di tutelare e vegliare sulle persone che subiscono - senza possibilità di resistenza - la forza inesorabile del progresso e la prevaricazione del potere; un compito arduo che la stessa società, ricattata da forze economiche sfuggenti e governi costellati da politici ignoranti (quando va bene), non riesce a garantire.
In questa chiara e limpida necessità Furore nasce, si ritaglia una sua autonomia nell’incedere del tempo e cessa di morire.
Il titolo italiano semplifica l’originale Grapes of wrath, invero più calzante nel descrivere quel processo logorante che muove interi collettivi a nutrire tiepidi moti di speranza per costruirsi un futuro dignitoso e lasciare ai figli un motivo per essere al mondo.
Su questa citazione biblica, riferimenti di cui Furore è pregno da cima a fondo, l’opera costruisce la propria intelaiatura, nel cui centro spiccano tutte le sfumature acquisibili dal concetto di peccato.
Il peccato, nell’accezione più comune del termine, è qualcosa che travalica i dogmi imposti dalla religione, la cui autorità serpeggia con forza laddove istruzione e stimoli ulteriori latitano.
Il peccato può essere tanto ricondotto all’egoismo che porta l’individuo a preservare la propria famiglia quanto alla vergogna di non poter vedere nei propri occhi i figli quando giunge la sera; il peccato è pagare una colpa insanabile con l’espiazione della stessa tramite il sacrificio per chi può ancora salvarsi; il peccato è rendersi consapevoli di essere in una posizione agiata, e da quello scranno dorato cessare di ostentare la propria opulenza; forse il peccato è anche la possibilità ultima che viene abbracciata da una miriade di persone quando non hanno più nulla da perdere.
Furore è un canto ai vinti, la cui unica colpa è stata quella di sognare una vita da vivere.
I'm rounding because I'm currently feeling favorable. This is most definitely a 3.5. Better than the majority of novels we're assigned to read, and exceptionally well-written (particularly the intercalary chapters), but far too slow and preachy for my tastes.
challenging
dark
hopeful
informative
reflective
sad
tense
fast-paced
I was all set to give this a solid 4 stars, despite the detached preachy journalistic tone that made me drag my way through it, when the creep-tastic ending happened. And now I just don't know what to think. Weirdness.
What an incredible novel. If you haven't read it yet, you simply must. A stark picture of the contrast between the best and worst of humanity, this is a sweeping epic set during the Dust Bowl era, mainly focusing on the plight of one extended family, the Joads, as well as the friends they make along the way. If I had to pick one theme from this book, I couldn't. I could perhaps pick two: unregulated capitalism can get very ugly, and we're all in this together. Well, most of us.
One of the greatest journeys of all time. At no time of time does this book seem rewarding, but you can't help but go on. You feel and cry with the Joads; you share their sparse meals; you feel the huger, and since you are not really a part of their journey, you don't feel fear; you feel anger and resentment. Steinbeck wrote that he wanted to rip the reader nerves to rags and he succeeds. He has not one big success but many spread throughout the book in little moments that burst in the reader and make them physically feel the story.
Not only does one cry at moments of despair in the book, there are also moments of sheer unalloyed beauty that bring you to tears.
All of this unorganised, I don't know. I don't have the exact words. I can't right now. There is just too much in this book to sit and write a review right after one reads it. One needs time to feel it first, one needs to let it haunt them first. Then maybe if it is done, I can write a review.
I'll leave you with one of greatest lines in the book, which incidentally also encapsulates the feeling of finishing it:
'I'm jus' pain covered in skin.'
Not only does one cry at moments of despair in the book, there are also moments of sheer unalloyed beauty that bring you to tears.
All of this unorganised, I don't know. I don't have the exact words. I can't right now. There is just too much in this book to sit and write a review right after one reads it. One needs time to feel it first, one needs to let it haunt them first. Then maybe if it is done, I can write a review.
I'll leave you with one of greatest lines in the book, which incidentally also encapsulates the feeling of finishing it:
'I'm jus' pain covered in skin.'
It still surprises me and pisses me off every time. This is a wonderful, sprawling story that manages to talk at once about specific characters and, you know, all of humanity.